DEDICA...
Non ti ho mai sognato, se non due o tre volte in 23 anni....Eppure qualcosa di irrisolto qualcosa in sospeso e' rimasto tra noi due prima che te ne andasti...Mi manchi...inutile negarlo...perche' poi ? Non abbiamo mai avuto screzi, solo dei periodi generazionali diversi. Un lasso di tempo che ha contribuito a staccarci e vedere le cose da prospettive differenti. Avevo scritto un ricordo su di te...Un ricordo da esporre a tutti i Cunardesi...Lo voglio riproporre qui sul mio profilo..Anche se sto facendo in modo di non assomigliarti, di non vedere la vita come la ricerca affannosa di un quieto vivere...per non morire
prostrato dall'ipocrisia di un contesto falso e ridicolo come e' successo a te....Sto cercando di non assomigliarti Bepi......Ma forse la nostra Cunardo ti ha amato proprio per come eri...Ciao Pa'. Questo e' per te....Se ancora oggi la generazione di Cunardesi che mi ha visto crescere mi identifica come " 'l fio' du Bepi.." o " 'l fio' del ciclista " , probabilmente ha lasciato un ricordo. Comunque, anche se non fosse stato mio padre e io avessi avuto una bici, anche io la avrei portata, penso, ad aggiustare da lui. Io la bici non la ho mai avuta, usavo la sua, se avevo voglia, una 26 degli anni quaranta, da corsa, col telaio rosso metallizzato scolorito e con il manubrio a corna d'ariete, che gli aveva regalato Learco Guerra negli anni della sua gioventu'. Non esisteva un negozio di bici a Cunardo e il fatto che anche dai paesi limitrofi venissero a farsi sistemare i mezzi, vuol dire che non c'era neppure nel circondario. Molti hanno sempre creduto che fosse il suo lavoro primario, soprattutto i Milanesi che d'estate affollavano il piccolo garage, non sapevano che era un modo, come diceva lui, "per tirare fuori i suoi vizi" e lasciare intatta la busta dello stipendio, che regolarmente al 27, affidava interamente a mia mamma. Si dedicava a questa attivita' per passione. Una passione che aveva imparato a bottega a 10 anni quando ancora viveva in Veneto. Per molto tempo cerco' di trasmettermela e Dio sa quante gomme e freni ho riparato. Purtroppo a me e' facile insegnare le cose, ma non mi bisogna mai dire come devono essere fatte, Lui le chiamava "le malizie", cosi' spesso il nostro rapporto collaborativo aveva degli ampi vuoti. Diversamente da me, lui ha sempre adorato il ciclismo piu' che il calcio. In quegli anni Cunardo pullulava di bici...le piu' disparate, mica quelle super mega sofisticate per imitare il papa' che la domenica va a fare l'atleta dopo una settimana di lavoro. L'importante per noi era che fossero gonfie e che frenassero, punto. Tutti ne avevano una e soprattutto la adoperavano..Scassate, rifatte con i pezzi piu' diversi, da cross, da corsa, da strada o Grazielle e chi voleva fare lo sborone la Saltafoss..con annessa antenna e radio...Il laboratorio non aveva una regolare frequenza, poteva capitare che fosse colmo di bici da riparare o a volte anche vuoto..Andava anche dietro alle stagioni e alla possibilita' di scorazzare in bici. D'estate dicevo, anche molti Milanesi portavano le bici a riparare, Sembrava che sti sfigati come arrivavano qua, gli si rompessero e spesso ne potevano usufruire per poco tempo, visti anche i tempi di dedica di mio padre, che durante la settimana lavorava a Varese presso la Macchi. Un antro dello stregone, pieno di pezzi accumulati da precedenti riparazioni, pedali, campanelli, manubri, carter e catene...Un bancone da lavoro pesantissimo, colmo di attrezzi anteguerra ma indispensabili se hai saputo darti un organizzazione di come poi lavorare. Il suo pezzo d'orgoglio era un tiraraggi che si era portato ancora da che lavorava a bottega..Ne era gelosissimo. Dopo la riparazione, sui campanelli o nella levetta del freno un biglietto di carta a quadretti su cui scriveva l'importo. Odiava le bici da cross..diceva che non erano bici e che erano tutti soldi buttati via da parte dei genitori...Per lui la vera bici doveva essere da strada..Quella classica col manubrio corto insomma...Odiava le camere d'aria nere, le prime sintetizzate dal petrolio, mentre adorava quelle di vera gomma rosse...Quelle che poi ci potevi tagliare strisce elastiche per fare delle spettacolari fionde...( Ricordi Giamma...?) Le nuove generazioni di bici non lo sconfinferavano piu' di tanto perche' secondo lui erano fatte per rompersi. A volte per un lavoro ci passava anche una giornata intera..Se doveva raddrizzare una forcella o un manubrio, o saldare un mozzo o modificare un carter..Se poteva non comperava pezzi nuovi di sostituzione...soprattutto per non pesare sulle spese del cliente..dopotutto eravamo tutta gente di Cunardo che ci si conosceva benissimo. Lo sentivi sempre fischiettare due o tre motivetti, sempre quelli, tra una martellata e un'altra..Il clou arrivava nel periodo in cui a Cunardo si disputava la Sei giorni ciclistica e allora il garage si riempiva di bici con in testa il Piero Maganza, e a seguire molti altri. Tutte da controllare, da centrare o tirare i raggi...Ricordo l'anno che fu ospite Moser...Mio padre ebbe lo slancio di stringergli la mano.. e gli disse..."Io pero' sono per Saronni...". Ogni bambino aveva una bici, era il giocattolo che tolte le rotelle ti permetteva di raggiungere qualsiasi angolo del paese in autonomia, un vero e proprio certificato di liberta'..Non ci interessava fossero belle, nuove, tanto poi le modificavamo noi, con le frangie alle manopole del manubrio, con le figurine attaccate con le mollette ai raggi. A Cunardo non c'era un traffico esagerato anche se la via che attraversava il paese era a doppio senso. Potevi fare gare e corse spericolate per le vie, male che andava rimediavi una "tombola" con ginocchio sbucciato annesso, niente di piu'...E tanto al limite, alla bici poi ci pensava il Bepi ciclista...Ciao Pa'.
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